Le ombre sotto i portici di una Bologna nera: Gianluca Morozzi ci racconta la sua esplosione di generi Gli annientatori

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Le ombre sotto i portici di una Bologna nera: Gianluca Morozzi ci racconta la sua esplosione di generi Gli annientatori

Giulio è uno scrittore che si aggira per Bologna, tra insuccessi sonanti e qualche sporadico trionfo. Una Bologna nera e carica di energia che fa di nuovo da sfondo del nuovo giallo di Gianluca Morozzi nell’anarchico Gli annientatori, storia di un giovane scrittore con la passione per la scrittura e le belle ragazze. Ne abbiamo parlato con l’autore in un incontro a Milano, in occasione di Tempo di libri.

Diciamo la verità, come gli scrittori bravi saccheggi la realtà e scarichi le frustrazioni nei tuoi libri.

Questo libro è nato perché alcuni anni fa avevo trovato con la mia fidanzata una deliziosa mansarda in affitto, sembrava la casa ideale della nostra vita, in una palazzina di tre piani a Bologna, per vivere sereni il nostro sogno d’amore, come si dice in questi casi. Un gentile padrone di casa che abitava al piano di sotto, quindi disponibile per ogni esigenza. Abbiamo scoperto presto, però, che c’era una trappola: tutta la palazzina, tranne il nostro appartamento, era di una famiglia sola, quella del padrone di casa. Noi eravamo gli intrusi, e vi assicuro che non è proprio gradevolissimo come impatto, non ti senti a tuo agio. Nella realtà ci sono state polemiche perché la mia ragazza tornava a casa la notte con i tacchi e dovevamo stare zitti per il bambino rumorosissimo, nel romanzo si estremizza tutto così tanto che diventa una famiglia, non dirò quanto, ma abbastanza pericolosa, per lo scrittore protagonista del libro che abita in quel palazzo.

La tua scrittura è in equilibrio fra realtà, fantasia, ironia, grottesco. Come ti muovi in questi registri così diversi, dove talvolta l’ironia lascia spazio a pennellate di brutalità.

La realtà, a seconda di come l’affronti, puoi dipingerla come molto divertente, drammatica o una via di mezzo. Dipende solo dal colore che le attribuisci, quando è nero come in questo caso non ti risparmi, cerchi di essere più cattivo possibile, pur rimanendo nell'ambito di un romanzo realistico, non fantascientifico. Quando invece vuoi essere leggero e comico cambi colore.

Bologna è cruciale nei tuoi libri, con il suo essere nera o luminosa.

Alcuni dicono che è bella per i portici che proteggono dalla pioggia, ma creano anche delle ombre inquietanti. Bologna ha un doppio registro, è piena delle classiche osterie, di gente vitale, ma anche di delitti terrificanti e di stragi mostruose e tanto fango sparso per la città. Dipende da quale angolo guardi; ognuno è buono, però, per scriverci una storia.

A proposito di storia, è una città con una lunga tradizione di artisti che l’hanno raccontata. Ti senti di dover qualcosa a qualcuno di loro?

A tutti, ad Andrea Pazienza, il mio sole, a Brizzi, a Palandri, a tutti i giallisti bolognesi. Ho rubato e attinto ispirazione da ognuno, dal loro modo di raccontare Bologna, che è cambiata nel frattempo. Le città sono organi in movimento, crescono e cambiano.

Spesso l’oggi bolognese viene visto in contrapposizione alla nostalgia del passato, una specie d’età mitica.

È una cosa insopportabile, la tipica frase ‘Bologna non è più quella di una volta’. Brizzi in un libro ha risposto meravigliosamente ‘perché tu sei quello di una volta?’. Certe volte è l’occhio di chi guarda a metterci la nostalgia, perché magari avevi 18 anni, però era arrivata l’eroina in città gratis e c’erano i carri armati in Piazza Verdi. Certi momenti erano belli perché eri giovane e li vivevi in maniera completamente diversa. Sono nemico del nostalgismo, su Bologna in particolare.

Quale pensi sia invece la nuova carica di rottura di Bologna?

Anche solo Sanremo ha imposto all’attenzione un gruppo che io conosco da dieci anni, gli Stato sociale, che ha fatto vedere come la musica bolognese non è certamente morta. Si creano costantemente gruppi e si producono cose come dimostra Emidio Clementi, che a Bologna c’è da una vita ed è bolognese d’adozione. L’università è un grandissimo polo, ci passa chiunque e chi viene qua ha un mito da rispettare, provando a fare il suo piccolo percorso nella vita culturale cittadina: c’è chi ce la fa, chi solo per un po’, chi non ci riesce, ma sono tanti e all’ingrosso ce la facciamo.

Come routine, che scrittore sei?

Sono pigro, ma costante. Non mi impongo orari quotidiani alla Stephen King, scrivo il pomeriggio quando ho tempo e voglia, ma in realtà abbastanza spesso, produco tanto, parecchie pagine alla settimana. Non ho il mito dello stacanovismo dello scrittore, ma alla fine lo sono.

Invece come lettore?

Amo leggere cose differenti che mi sorprendono per qualche motivo, per una trama, per una scrittura particolare, o magari per un modo particolare di approcciare un tema. Non amo le cose troppo convenzionali e scontate, ma non mi precludo generi.

Hai citato Pazienza, che è diventata un’icona dopo la morte. C’è una bella vitalità ultimamente intorno al fumetto italiano, ormai trattato come un genere adulto.

Meno male, era ora.

Che ne pensi, ci sono eredi di Pazienza?

Zerocalcare è diversissimo, ma trovo delle cose in comune, nel tratto, il dialogo, il registro basso alternato a quello alto, visto che sa fare entrambe le cose. Sono poi adoratore di Leo Ortolani, il vero genio italiano del fumetto degli ultimi vent’anni, che fa ancora cose bellissime dopo tanti anni.

Gli annientatori di Gianluca Morozzi, Tea, pagine 196, euro 13



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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